Figlia della mattanza, di Melina Craxi: Recensione

figlia

Figlia della mattanza, scritto da Melina Craxi e pubblicato da Leucotea Edizioni è un libro bellissimo, un viaggio onirico esistenziale nel cuore della sua protagonista, Sofia, prima bambina e, poi, giovane donna, che, come il tonno, vive la drammaticità di un destino che non può cambiare, un destino che scambia per amore, esattamente come il tonno che scambia per amore un viaggio che lo condurrà alla fine certa, dentro le tonnare, in primavera.

E così Sofia, bambina nata senza amore e vissuta senza amore, poi, tutta la vita, si dimena come un pesce disperato, un tonno, catturato dalle trame fitte di un’esistenza originata, ingiusta, dall’inizio, quando la madre l’ha consegnata al mondo, senza la responsabilità nel concepirla e amarla, l’ha regalata al mondo, senza essere in grado di apprezzarla, in quanto dono, negandola anche a un padre che forse, con probabilità, l’avrebbe amata, lui, almeno.

E in una spirale di violenze e sofferenze, inflitte a casa, poi nei vari collegi, dove, con sua sorella Marta, è stata, di volta in volta, trasferita, come se fosse un pacco, Sofia fa il suo personale incontro con la droga, la droga con cui stringe, inevitabile, come con un conforto, il proprio singolare patto di sangue, che condivide, spesso, alla stregua di un viaggio, condiviso assieme ad altri sventurati come lei, che forse la amano, ma che lei non ricambia, dal momento che all’amore non è avvezza, non avendo ricevuto i doni dell’amore neanche un giorno, è, quindi, inevitabile che lei non sappia offrirne.

Melina Craxi ci catapulta subito, sin dalle prime parole del suo raccontare compulso e compulsivo, in una storia che ci rende suoi completamente, e ci fa desiderare di andare con la lettura sempre avanti e, al tempo stesso, ci fa desiderare che non finisca mai, il suo narrare sentito e concitato, in uno stile che è crudo e crudele, tipico degli scrittori veri, un modo di scrivere di pancia, che non cede alla tentazione di inutili fronzoli: Melina Craxi ci parla per immagini, con l’inquietudine che è per lei come una seconda pelle, la pelle di chi non si veste affatto dell’abito che una società ipocrita impone, ma, piuttosto, un’anima che vola libera, ad ogni costo e malgrado tutto.

Figlia della mattanza è l’epopea di una famiglia che forse non esiste e che non è mai esistita, in un viaggio in cui è mancato l’elemento indispensabile a generare amore, elemento che è, a sua volta, il figlio dell’amore, ovvero la condivisione, perché è il non voler condividere, il non saper condividere, che conduce a condannare al non amore, quello di cui Sofia è una vittima, dapprima bambina e, poi, giovane donna.

Figlia della mattanza è una storia che non lascia indifferenti, è una storia che coinvolge e che stravolge chi la legge, una storia che si fa strada, con violenza, nel lettore, con quella violenza che solo le storie vere, quelle sentite dentro da chi scrive, mostrano, violenza concepita in senso buono, dentro a una storia destinata a cambiare chi la legge, e a costringere, appunto, il lettore, a soffermarcisi, con il pensiero, ancora, anche quando sia, di fatto, finita la lettura, sino a far sì che lo stesso si allontani da quel libro con la sensazione di esser cambiato dentro, come dovrebbe essere, del resto, alla fine di ogni storia.

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