“Mi si scusi il paragone” (Musicaos Editore): intervista allo scrittore Daniele Sidonio

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Il mio incontro con lo scrittore, Daniele Sidonio, che domenica 13 Novembre 2016, alle 19, presenterà al FESTIVAL DELLE LETTERATURE DELL’ADRIATICO,  a Pescara, presso il Circolo Aternino, il suo libro dal titolo “Mi si scusi il paragone” (Musicaos Editore)

Daniele Sidonio, nato a Pescara il 9 maggio 1989, appassionato di musica, letteratura e sport, si laurea in Filologia Moderna all’Università di Firenze con una tesi in Teoria della Letteratura dal titolo “Capossela: viaggio testuale tra letteratura e musica”. Nel 2014 si trasferisce a Roma dove frequenta il Master in Critica Giornalistica dell’Accademia Silvio d’Amico concluso nel novembre 2015. Attualmente è curatore della sezione musica di “Recensito.net”, e collaboratore per “L’isola che non c’era” e “Rockit.it”.

Ciao Daniele, benvenuto, innanzitutto, sul mio blog, la poesia è una cosa seria, la canzone no: il tuo saggio dal titolo “Mi si scusi il paragone” (Musicaos Editore) dimostra esattamente il contrario

Ciao Ilaria, intanto ti ringrazio dello spazio. Credo siano entrambe cose serie. Prima che la canzone entrasse nell’immaginario popolare i sentimenti collettivi erano rivestiti dalla poesia, mentre oggi il rapporto probabilmente si sta ribaltando, o forse ci si accorge con ritardo di quello che i letterati romantici avevano già capito nell’Ottocento: la musica ha dignità estetica pari alla letteratura – macromondo di cui la poesia fa parte assieme alla prosa – e possiede una potenzialità seduttiva sconfinata, comparabile a quella che raggiungono una pagina di Proust o un verso di Leopardi. Si tratta di due arti dell’emozione, e le emozioni sono una cosa seria, siano esse evocate a parole scritte su carta o cantate davanti a un microfono imbracciando una chitarra.

Giò Alajmo ha detto: la canzone è la poesia che ha trovato la sua melodia, e lo ha detto alla sua amica, Fernanda Pivano…
Si tratta di un’immagine che è la perfetta sintesi, per quanto mi riguarda, del rapporto tra musica e letteratura. Due forme espressive distinte eppure vicine, che si uniscono a formare un ibrido particolare, che obbedisce alle regole creative dell’una e dell’altra. La poesia è cantata da sempre, da Demòdoco ai madrigali, dalle favole pastorali alle canzonette. Si tratta di due arti che agiscono per mezzo del suono: nella musica il suono basta a se stesso, nella letteratura rimanda a contesti esterni – tematici, cognitivi, linguistici – noti al lettore. La storia in questo caso ha funzionato come una cesoia inesorabile su due sorelle nate assieme, a braccetto. Nel corso dei secoli si sono ritrovate spesso – nell’introduzione del mio saggio cerco di tracciare sinteticamente i luoghi in cui l’hanno fatto – e nella canzone si riabbracciano definitivamente, per fortuna di tutti.

Caparezza e il suo rap fuori dagli schemi: uno che ha molto da dire e lo fa con il suo rap, colto e strettamente agganciato alla realtà, con le sue croci e con le sue delizie…

È stato affascinante analizzare la letteratura del rap di Caparezza. La sua è una prosodia fuori dagli schemi per diversi motivi: la vena autoriale si mescola a stilemi classici del genere e li nasconde tra le pieghe di citazioni e riferimenti alti, colti, appunto. Utilizza il rap per discutere di temi che invece appartengono più al cantautorato anni Settanta, la sua musica è fortemente ancorata all’attualità (che oggi forse ha più croci che delizie), alla foce sociale che la canzone ha per sua natura – come tutte le forme d’arte, peraltro – e si bagna di suoni diversi. La mia riflessione parte da un brano che mi ha colpito in modo particolare, Dualismi, ispirata a una poesia di Arrigo Boito che tratta un tema ancestrale, la molteplicità dell’animo umano. Sorprendente è la capacità di mescolare un discorso filosofico, se vogliamo, a versi sferzanti e di impatto immediato, come “io sono Caparezza / tutt’altro che una carezza / non mi puoi uccidere perché / io vivo in te, tu vivi in me”.

La necessità impellente del cantautore di comunicare in musica: i testi dei cantautori sono molto accurati, dal punto di vista letterario, ma hanno ragione di essere solo quando si instaura, inevitabile, il loro connubio con la musica…

La canzone, come dicevo prima, è un ibrido. La canzone d’autore è quel prodotto in cui musica e letteratura si mescolano e creano un’identità altra, che trova massima espressione nell’interpretazione dell’autore. È un connubio inscindibile eppure chiaramente distinguibile nelle sue singole parti. La necessità impellente del cantautore non è solo comunicare in musica, ma più precisamente raccontare. Ciò che contraddistingue la canzone d’autore è, a mio avviso, la sua funzione narrativa, che dalla sincera e accurata componente testuale acquisisce – e sprigiona – magia e profondità grazie all’appoggio delle note. Il linguaggio è la materia prima di una storia: la canzone d’autore si articola in due linguaggi e ne crea uno nuovo, necessario e spesso emotivamente devastante.

Molte interviste nel tuo libro, e ognuna è una perla di una collana immaginaria, il cui filo è la musica: abbiamo, tra le altre, quella a Fausto Mesolella che nel suo disco Canto Stefano (regalo bellissimo ed inaspettato, come quest’ultimo l’ha definito) raggiunge una delle vette più alte del cantautorato italiano…

Si tratta di un’operazione che risale a tempi lontani, primordiali se si guarda alla storia della nostra canzone. Un’operazione che nel libro definisco “recupero secolare” proprio perché ricalca quell’abitudine rinascimentale di musicare un testo poetico con l’intento di trasmetterne il messaggio più profondo. È la resa effettiva di un rapporto costante e più vicino di quanto non si pensi tra canzone e letteratura, una pratica che ha spesso caratterizzato episodi importanti della nostra canzone, da Endrigo a Dalla a Gaber a Modugno. Canto Stefano è un’operazione felice e non di nicchia, è un trattamento drammatico del testo che rafforza gli elementi di tensione delle parole e delle idee contenute nella poesia. Nel libro lo definisco un lavoro non anacronistico, ma forse ci sto ripensando. È anacronistico perché è un prodotto che dovrebbe essere figlio di una società in salute, dinamica, che dà importanza alla cultura, e quella in cui viviamo oggi evidentemente non lo è.

I cantautori, poeti che non perdono mai di vista la realtà, ed il sociale: si legga, nel tuo libro, l’intervista a Pierpaolo Capovilla de Il Teatro degli Orrori ed il capitolo dedicato a Caparezza, Capa Rezza in senso di testa riccia, ma anche di testa calda, ribelle e controcorrente…

Scapigliata, nel vero senso della parola. Caparezza si scaglia contro l’omologazione musicale e di pensiero utilizzando un lessico astioso e tignoso. Questo è un filo conduttore di tutta la sua produzione, dai primi dischi fino a Museica.
Lo stesso vale per Pierpaolo Capovilla, che fa della musica un vero e proprio prodotto politico, con una fortissima eco pasoliniana. La canzone è un fatto sociale, e il fatto sociale de Il Teatro degli Orrori si impregna di riferimenti provenienti dalla poesia che vengono riadattati al contesto attuale, come Majakowskij, Esenin o Ken Saro Wiwa.

Stanno come in gruppo e sono lì, tutte le miserie degli uomini – l’esito di quel che non si sa – e c’è la sola vanità che può respingerle, spostando il giorno in cui dovrà soccombere. Abbracciami e baciami con il baccano della felicità: godiamoci con voluttà. Godiamoci”: questo è Cristiano Godano, con I Marlene Kuntz in “Abbracciami” (2007): la musica, unitamente alla poesia, ci salverà, come probabilmente questo stralcio vuol comunicarci?

La musica e la poesia, come l’arte in generale, probabilmente ci aiutano a spostare il giorno in cui soccomberemo, così come l’amore, che uno dei temi più battuti – in diverse modalità – dai Marlene Kuntz. Non so se la musica ci salverà, ma l‘importante è che siamo noi a salvare la musica, perché senza siamo perduti.

Vinicio Capossela e il suo dolore del ritorno, come l’Ulisse di Dante, nell’Inferno, e spesso, per lui, l’artista solo dolore, dolore senza ritorno, perchè manca il senso di appartenenza ad una comunità specifica…

La mancanza di radici è uno dei propulsori principali della creatività di Capossela. È il moto d’avvio di un viaggio discografico che si aggrappa a terreni che non ha calpestato, a storie che non ha vissuto e si riduce all’osso, rappresentato dall’ultimo disco “Canzoni della Cupa” e dal romanzo “Il paese dei Coppoloni”. Il tema del ritorno in particolare è oggetto di uno dei dischi più intensi di Capossela, “Marinai, profeti e balene”, dove si mescolano le figure marinaresche di Melville ai viaggi dell’Ulisse omerico e di quello dantesco. Tutto si riassume in una sola parola, nostos.

Lo scrittore, esattamente come il cantautore, più legge e più si documenta, più produce e in migliore qualità, esattamente come il maiale, che più si nutre, e più le sue carni son gustose: è il famoso paragone di cui si scusa il grande Francesco Guccini, da cui il titolo del tuo libro, paragone, di fatto, quanto mai azzeccato…

Un paragone azzeccato perché sintetizza il senso del saggio, che cerca di trattare un argomento spinoso e spesso mal interpretato (come dimostrato ampiamente dalle polemiche sterili dopo l’assegnazione del Nobel a Dylan) come quello del rapporto tra musica e letteratura. Nonostante si tratti di due forme espressive distinte, è evidente che entrambe si impregnino e si gonfino di gusto, come le spugne col sapone. Le parole suonano, i cantautori leggono e i romanzieri cantano. Quel paragone di Guccini viene alla fine di una riflessione che è partita da un altro parallelo, quello tra le parole libro e libero. Vicinanza curiosa e non banale, se ci si ferma a pensare: leggere apre la mente e le dà libertà. È, come dice Guccini nell’intervista, una questione non solo etimologica ma morale.

Il tuo saggio è un viaggio nel cantautorato, un viaggio lungo quarant’anni, dalle origini ad oggi… Dove andrà, secondo te, il cantautorato, nel futuro prossimo, o meglio, dove porterà?

Dove andrà e dove porterà dipende dall’attenzione che si sceglierà di dare alla parola. La canzone d’autore deve fare i conti contro un appiattimento culturale e di pensiero sempre più pesante, il che rende necessario produrla e parlarne. È un viaggio che, spero, non avrà mai fine.

ILARIA GRASSO

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