Ossa cave: l’esordio letterario di Michela Di Gregorio Zitella

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La raccolta di poesie Ossa cave è la prima effettiva pubblicazione della nascente artista Michela Di Gregorio Zitella.

Suddivisa in trentasei testi, di cui gli ultimi tre sembrano non seguire la “struttura” tipica degli altri trentatré (in quanto scritti in forma prosaica), la raccolta presenta al suo interno un arcobaleno di tematiche. Filo conduttore della raccolta è l’autrice stessa che, con toni a volte ironici e a volte malinconici, si apre all’alterità del lettore, introducendolo ad una lettura alternativa e più curiosa di quel “seme scarno della realtà” che tutti noi, troppo spesso, sembriamo considerare inevitabilmente immutabile.

Il libro, già dalla sua prima poesia, sembra porre al lettore una domanda: sembra chiedere se sia davvero necessario giacere a terra come un usignolo ferito da una spina mentre le “bestie” gioiscono della sua caduta. La prima poesia, intitolata All’usignolo, sembra voler quasi delineare un complesso processo dialettico, descritto all’interno del libro con una finezza metaforica straordinaria, tra l’individualità e il lento ma continuo scorrere melanconico della realtà. Sfiorando il naturalismo, l’immagine del dialogo tra la poetessa e la realtà assume poi colorazioni quasi frenetiche, agitandosi come una bolla di sapone che si rifiuta di scoppiare mentre è trasportata dal vento. Ciò lentamente conduce ad un’interrogazione su sé stessi, all’esaminare il proprio io tanto in profondità dall’iniziare a vagliare ogni singolo aspetto ed ogni singola scelta fino ad arrivare alla domanda fondamentale: siamo in grado di accettarci per quello che siamo? È, cioè, possibile discolpare il “Soldatino di piombo” dalle accuse che lui stesso si imputa in un tribunale fatto di indici puntati solo verso di lui? La poetessa è convinta di sì. L’accettazione di sé allora inizia ad essere un punto cardine della sua poetica, l’accettazione dei propri limiti e delle proprie origini, il discolparsi da sé stessi e dalla più feroce autocritica. Così sembrerebbe, dunque, che lo scopo del libro sia raggiunto, che il messaggio sia arrivato…

Pur tuttavia, non è così. Si delineano nuove maschere e nuove figure all’interno di questa indagine, dalla tragicità dell’indifferenza, descritta come una “lama fredda” e un “anestetico male” nella poesia Intro, sorge un invito alla resistenza. Ma resistenza a cosa? Alla totalità delle cose, al crepitìo assordante delle proprie angosce quotidiane, rilette come un invito alla continua e costante ribalta basata su di una sempre presente rilettura di sé, volta all’accettazione dell’alterità nei suoi aspetti più cupi. L’oggetto è chiaramente evanescente, eppure così incredibilmente concreto che il lettore non può non accettare il dialogo intrinseco che l’autrice sembra voler instaurare. L’aquila, il sogno, il sentimento, l’innamorarsi di un domani migliore, tutte queste cose tornano in volo nell’ultimo testo in versi. Ed ecco dunque il vero messaggio che l’autrice vuol trasmettere, ecco che ogni tessera del mosaico, inizialmente frammentato, torna al suo posto. La speranza si alzerà in volo, anche con la morte nel cuore, anche quando ogni luce sembra spenta, lei S’alzerà In Volo.

Sebbene il titolo del libro, Ossa cave, faccia nascere nella mente del lettore comune un’immagine scarna e quasi povera di significato, il libro si presenta come un vero e proprio compendio di emozioni su inchiostro. Già dallo stesso titolo è, in realtà, evidente l’intento strutturale del libro, di fatto il nome Ossa cave è una metafora ben costruita sul tema principale della speranza. Basando questa breve analisi testuale sulle parole della stessa autrice, non possiamo che definire questo titolo come un’analogia poetica sulla struttura che, assieme alle ali, permette agli uccelli di volare. L’analogia sta proprio nel paragonare le ossa cave degli uccelli al cervello umano, inteso come unico strumento che permette all’uomo di volare e di rialzarsi. Essendo il testo ispirato al terremoto del 2009, spiega l’autrice, l’invito al popolo abruzzese a rialzare la testa fa comprendere il perché di una tematica conduttrice quale il ritorno alla ribalta. Un’altra caratteristica che sorge evidente da

questa definizione è la scelta degli uccelli come animali protagonisti dell’analogia presente del titolo, evidente soprattutto se si considera il nome della città epicentro della catastrofe di sette anni fa: l’Aquila. Di facile lettura, il testo non presenta una struttura metrica delineata e finita, ma lascia largo spazio al processo ermeneutico. Leggero sia nei termini che nella forma, il testo esprime un grande potere comunicativo, presentandosi come strumento viatico per una continua esplorazione di sé stessi e di ciò che caratterizza il reale circostante. Un utile strumento per la sua lettura, nonché uno dei temi che il testo invita a riscoprire, è la curiosità e la capacità di reinterpretarsi. Nient’affatto pesante, il testo non sembra voler imporre al lettore noiose e chiuse rime, anzi fa della rima una comparsa sporadica atta solo a dare melodia ad un racconto che sembra voler parlare della più intima interiorità dell’essere umano. Il libro, seguendo un ordine tematico non scritto, si dischiude in un orizzonte relazionale volto a sottolineare il legame tra autore e lettore attraverso una sistematica descrizione di quel turbinio antisistematico di sentimenti che stringono chiunque in una morsa ferrea. Se si dovesse descrivere il testo con una sola frase, ha dichiarato l’autrice, lei userebbe “Storie di amore incompiuto” poiché ogni poesia e ogni racconto, prosegue la poetessa, hanno in comune un sentore di qualcosa che si interrompe. L’interruzione è dunque nella stessa natura del testo e, come un ospite inquietante, dà la sensazione che ci sia qualcosa di incrinato, di bruscamente messo a tacere e che va ricostruito. Da qui, l’evidente apertura del testo al lettore, invitato a completare, nella sua mente, la riflessione, bruscamente interrotta, che il testo porta in luce.

La stessa autrice, rispondendo alla mia osservazione sull’incredibile brevità del testo, ha risposto affermando di aver “fatto una cernita” dovuta all’enorme quantitativo di poesie scritte; la stessa forma tascabile del testo, ha affermato la giovane scrittrice, è finalizzata al rendere meglio l’idea che il libro sia di “consultazione continua” definendo il testo come “un libro che vive e cambia insieme alle persone” identificando quest’ultimo come l’obiettivo posto nel processo di scrittura del testo. Se l’obiettivo sia stato raggiunto oppure no, solo i lettori potranno stabilirlo. Io, nella mia breve analisi, ho cercato di scoprire i significati più nascosti del testo, sebbene queste poche parole dell’autrice fanno presumere che sentiremo ancora parlare di lei e fanno ben sperare per eventuali future pubblicazioni.

RECENSIONE A CURA DI STEFANO FORCUCCI

 

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