A chi non piacciono le favole? Intervista allo scrittore Francesco Di Paolo

fdp-6In quest’intervista esclusiva e molto “sui generis” lo scrittore atriano Francesco Di Paolo ci svela i segreti di “Nel Nome dei Grimm”, il suo romanzo fantasy horror che sta riscuotendo grandi consensi.

Perché proprio i fratelli Grimm? Ti piacciono così tanto le fiabe?

A chi non piacciono le fiabe? Sono quelle storie che ci hanno accompagnato durante il periodo della fanciullezza e spesso ci hanno insegnato anche qualcosa. Ci ricordano un periodo in cui tutto era più facile, in cui tutto era possibile. Anche a distanza di decenni, avranno sempre il potere di farci tornare bambini.

Le fiabe dei Grimm sono le mie preferite per via del loro lato oscuro. Sono sempre attuali e mai banali. Una volta che le lasci entrare, ti attecchiscono dentro e ci rimangono per sempre.

Quanto è grande il bisogno di fiabe dell’umanità?

Più di quanto non si creda. Al giorno d’oggi abbiamo tutti bisogno di tornare un po’ bambini, di staccare la spina, di rilassarci un momento. La vita può essere tanto meravigliosa quanto squallida; spetta a noi trovare il giusto equilibrio. Leggere può essere un modo, probabilmente il più edificante. Purtroppo non si legge mai abbastanza.

Siamo tutti, al tempo stesso, principesse e streghe, principi e lupi mannari: possediamo tutti un certo dualismo dell’anima…

Certo che sì. La dicotomia fra bianco e nero, bello e brutto, giusto e sbagliato è la chiave di volta su cui si erige la cattedrale dell’anima. L’anima, con i suoi fantomatici 21 grammi, è ciò che ci rende esseri umani. Secondo me non esistono persone propriamente buone o cattive. La verità si trova sempre nel mezzo.

Amore e vendetta, spesso due facce della stessa medaglia, come Medea che arriva a uccidere i suoi figli, come vendetta d’amore, o come l’odi et amo di catulliana memoria: a un certo punto sfiori questo tema asserendo che l’amore infelice facilmente sceglie la strada della vendetta…

Tutte domande ad alto coefficiente di difficoltà, oggi. Molto bene! Allora, quando all’università veniva tirato in ballo il teatro greco, commedia e tragedia, sono sempre stato tentato di ficcarmi un pugno in bocca e gridare. Non sono capace di apprezzarlo a pieno, purtroppo, ma una cosa mi è rimasta impressa: la vendetta chiama vendetta e il sangue genera il sangue. È un circolo vizioso da cui è possibile uscire solo attraverso il perdono.

L’amore non è un sentimento di gran lunga migliore. Come ti può innalzare, può anche farti sprofondare. È un tiro di dadi. Quello non corrisposto, specialmente in romanzi e racconti, va sempre di pari passo con la vendetta. È un tema che non perde mai il suo fascino.

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Il dramma più grande di Adam sembra essere proprio la sua immortalità, e la sua aspirazione, il suo più profondo desiderio, è essere mortale, e i desideri, come sappiamo, vanno sempre rispettati, perché sono desideri: ma chi vuole vivere per sempre, oggi, così, per citare i Queen?

Immortalità significa “tempo” e chi non vorrebbe avere più tempo per potersi dedicare alle proprie passioni? Nessuno, credo. Desiderare ciò che non si possiede è un bisogno che abbiamo e non possiamo reprimere. Fa parte della nostra natura imperfetta, come anche stancarsi alla svelta di ciò che si è ottenuto. È una sorta di paradosso. Tutti noi siamo una sorta di paradosso.

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Amunet, bella quanto è magica, appare nella terza parte del libro e di lei si svela un aspetto importante: ha il potere di donare l’oblio dei vecchi dolori, sostituendoli con nuovi dolori, Lucio Dalla in Henna diceva che è il dolore che ci cambierà… Quanto ci cambia il dolore? Quanto il dolore ispira uno scrittore?

Il dolore può essere un’arma molto potente, bisogna saperlo sfruttare a proprio vantaggio. Purtroppo non dipende da noi, ma dal tipo di indole che si possiede. C’è chi lo subisce e chi lo trasforma in forza. Io sono come Eric de “Il Corvo” o Edmond de “Il Conte di Montecristo”: quando arriva, se arriva, lo lascio entrare, non lo combatto, e lo converto in bisogno di riscatto.

Nella mia vita da scrittore ho dovuto ingoiare valanghe di bocconi amari, ma è anche grazie a loro se sono arrivato fin qui. In Nel nome dei Grimm, Amunet è portatrice di speranza. Il dolore può diventare speranza; basta incanalarlo nella vena giusta. Più facile a dirsi che a farsi.

Nei tuoi disegni, che arricchiscono il testo della tua opera e lo completano, c’è grande pathos, percepibile nelle posizioni e nelle espressioni dei tuoi personaggi, come se ognuno di loro fosse vittima inconscia del suo dissidio interiore…

L’obiettivo è proprio quello. Ti svelo un segreto: in alcune illustrazioni ho sfruttato come modello le posizioni plastiche di sculture arcinote, come “Il galata morente” e “Amore e Psiche”. Adoro nascondere nei miei disegni icone e messaggi. Mi piace pensare che così facendo, se visti sotto una certa ottica, possano prendere vita e lasciare il segno. Con me funziona, ma io non faccio testo. Sono un tipo abbastanza volubile.

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Il coraggio di uno scrittore, quanto ce ne vuole per scrivere oggi?

Parecchio. Bisogna partire dal presupposto che nessuno ti regala niente e che in Italia ci sono più scrittori che lettori, la maggior parte dei quali impazzisce per i “best seller” di calciatori e youtuber. Sarebbe tutto più semplice se non mi chiamassi “Nessuno”, o se avessi amici potenti con un occhio solo. Purtroppo non è il mio caso. Io coi ciclopi ci devo combattere e lo stesso vale per tutti quelli come me. Per accecarli non ci vuole coraggio, ma fame, sete e un pizzico di follia. Steve Jobs docet.

Nel nome dei Grimm è solo il primo passo sulla lunga strada di Francesco Di Paolo scrittore?

Spero sia solo l’inizio. Nel nome dei Grimm è stato scritto come esercizio letterario durante i tempi morti dell’università. L’ho creato per me stesso, perlomeno all’inizio, quindi è stato sviluppato a mio gusto e piacere. È tutto fuorché un testo convenzionale e abbraccia solo una certa nicchia di lettori.

Ciò che sto scrivendo ora, invece, fa parte di un progetto assai più ambizioso. È già un anno che ci lavoro. Ci sto mettendo tutto quello che ho: l’anima, la carne e le ossa. Nelle sue pagine sto riponendo sogni e speranze. Spero di portarlo a compimento entro il 2017. Sarà qualcosa di mai visto prima… posso metterci la mano sul fuoco.

La scrittura è un mestiere o una missione?

Al momento è una missione. Sarebbe bello se diventasse entrambe le cose. Per qualcuno è già così, ma si tratta di esempi così rari che si contano sulla punta delle dita. L’obiettivo di ogni scrittore, secondo me, è diventare uno di quegli esempi.

ILARIA GRASSO

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